Rio Ebro da paura!

Testo e foto di Yuri Grisendi 2002

 

Come mi ero ripromesso sono ritornato dopo un anno a pescare nel caldo ed accogliente entroterra spagnolo, le limpide acque del rio Ebro e del rio Segre, erano ancora là ad aspettarmi, celando, tra il loro sinuoso corso, tante e soprattutto grosse gradite sorprese.

Io e l’amico Andrea Pomati, avevamo caricato l’auto all’inverosimile, comprese le mogli, che volevano approfittare del nostro viaggio, per visitare alcune delle più 214 cm Ebro belle città spagnole, molto vicine alla tranquilla cittadina lacustre che ci vedrà ospiti per una settimana.

Con noi avevamo tutto il necessario per sopravvivere accampati sulle rive del fiume: tenda, lettini, sacchi a pelo, fornello da campeggio, piatti, bicchieri, posate, torce elettriche, viveri, minuteria ed un’immancabile portavivo con ossigenatore, pieno di grosse e succulente anguille.

Dalla lista mancavano "solo" le canne, le boe, i picchetti e le zavorre, che il mitico Claude Valette, esperta guida del posto ci avrebbe gentilmente prestato, vista la grand’amicizia, che la nostra comune passione, ci ha regalato in questi anni.

I 1200 km che ci separavano dall’arrivo, apparivano infiniti, avevamo la sensazione di non arrivare mai, ma il pensiero che ben presto avremmo avuto la possibilità di confrontarci con i più grossi esemplari di siluro di tutta Europa, ci spinse con forza ad andare avanti città dopo città.

Arrivammo a Mequinenza di buon’ora, dopo le interminabili 10 ore alla guida e gli interminabili caselli autostradali francesi; era Domenica mattina, e la picc214 cm Ebroola cittadina era ancora addormentata, solo qualche sparuto pescatore straniero, che aveva abbandonato il campo presidiato nella notte, ci fece compagnia in attesa dell’apertura di almeno uno dei tanti Bar, che popolano la lunga via centrale: la calma degli spagnoli è tutt’altro che una leggenda metropolitana!

Il titolare del Bar Royal, ci accolse calorosamente, infatti, l’anno scorso il signor Carlos era rimasto piacevolmente colpito dal nostro educato e affettuoso modo di vivere il rapporto con una città che ci vede qui solo come ospiti e non come "proprietari".

Mentre sorseggiavamo un meritato caffè, i nostri occhi furono rapiti dalle innumerevoli fotografie di catture, che tappezzavano completamente i muri del locale: siluri, carpe, luciperca e grossissimi black-bass; la cosa ci mise una tale smania addosso, che corremmo subito a casa di Claude.

Dopo i piacevoli convenevoli con Claude e la sua bella moglie Elisabette, cominciammo a fare progetti per il nostro soggiorno, e purtroppo saltò fuori che per i primi tre giorni, Claude non sarebbe riuscito a farci compagnia, siccome doveva guidare un 185 + 214 cm Ebro gruppo di clienti italiani, del resto molto simpatici, che approfitto per salutare: CIAO RAGAZZI!

Caricato in auto il materiale mancante, pagato le licenze e preso le chiavi della barca che avremmo usato per posizionare le boe e legare ad esse le lenze, ritornammo in paese per prendere possesso delle camere d’albergo, dove le gentili e pazienti consorti avrebbero dormito, nelle lunghe notti che noi maschiacci avremmo dedicato alla pesca del siluro.

Abbandonate le mogli alla loro vacanza alternativa, finalmente non ci restava che decidere quale fiume insidiare per primo: la scelta ricadde sulle calme e perciò facili acque del rio Ebro, a questo scopo cominciamo a girare su e giù lungo le sue rigogliose rive per cercare un buon posto per queste tre prime notti.185 + 214 cm Ebro

Molti pescatori locali arrivati nella giornata, per pescare a spinning, ci annullavano però molti spots che ci apparivano appropriati, finché molto a valle un bel posticino attirò la nostra attenzione: davanti lo specchio d’acqua era pulito, perciò ci avrebbe permesso di manovrare comodamente la barca, nelle operazioni di posizionamento del sistema di pesca della boa, sul lato destro e sinistro invece, si estendevano numerose canne palustri, che donavano riparo a molte specie di pesci, che il nostro amico siluro avrebbe di certo visitato all’imbrunire.

A completare il quadro dello spot, c’erano alcuni alberi semi-affioranti, che rappresentavano di certo sia un buon punto d’appiglio per le nostre lenze, sia un buon punto di riferimento per i siluri alla ricerca di prede nell’oscurità della notte.

Dopo aver preso possesso del posto, Andrea mi portò al porticciolo del paese per ritirare la barca, e per via d’acqua, attraversando tutto il Ribarroya, ritornai al nostro campo, così potemmo cominciare a piazzare le canne: due sulle boe davanti ai canneti, e due direttamente attaccate agli alberi semi-affioranti.

 

Per facilitare il fissaggio alla boa della nostra montatura, è consigliabile legare su di essa, uno spezzone di robusto dacron di circa un metro, in modo da allontanare il punto di pesca dalla corda d’ormeggio. Sul capo libero dello spezzone di dacron, posizioneremo una girellina con moschettone, sostenuta da un piccolo galleggiante, in modo d’averla sempre in superficie e a portata di mano, anche per successivi riposizionamenti dovuti a delle partenze. A questo punto prendiamo la canna, e dopo aver legato sulla girella con moschettone della nostra montatura alcuni decimetri di nylon sottile dal carico di rottura di 10-12 kg (0,35-40 mm), e creato un cappietto sull’altro capo, portiamo con la barca la lenza fino ad agganciare quest’ultimo alla girellina posta sullo spezzone di dacron. Infine mettiamo da riva in tensione la lenza con delicati giri di mulinello, e vedrete che il piombo interposto a metà del finale porterà a lavorare il finale stesso in maniera perpendicolare alla madre lenza in tensione, formando una perfetta T. Quest’apparente semplice lavoro, che bisogna eseguire ovviamente per ogni canna sul rispettivo appiglio (boa, albero, ecc.), non è poi così semplice se non si è in almeno tre persone: uno sulla riva che gestisce l’uscita della lenza e che metterà in tensione, uno alla guida della barca, e uno sulla prua alla barca che attaccherà la lenza; due persone esperte possono però comodamente farlo da sole.

 

Stavamo preparando da mangiare quando…din…din…din-din…DIN-DIN-DIN!!!…era la canna di destra posta su uno degli alberi semi-affioranti…lo spezzare della breck-line fu subito seguito da una rapida e precisa ferrata di Andrea, che mise a segno la lamatura di un piccolo siluro, niente di eccezionale, ma indizio di una certa attività da parte dei grossi predatori spagnoli.160 cm Ebro

Passarono alcune ore, ed ecco un altro dindinnio echeggiare nel buio silenzio della notte, allungai l’orecchio fuori del sacco a pelo e rimasi in ascolto, per alcuni secondi, per capire se era un attacco od un falso allarme; sentii i deboli scricchiolii della medesima canna, che si piegava lentamente sotto il tiro di un cauto siluro, che cercava di ingoiare la deliziosa esca…CRASH!!…balzai in piedi come un gatto cui hanno pestato la coda, e raggiunsi il picchetto dove doveva trovarsi l’attrezzo in questione: ben visibile su di esso c’era il calcio della canna, ma del pezzo che andava dal mulinello in su nessuna traccia!

Accesi la torcia posta sulla mia testa, ed illuminai la zona circostante, ed ecco che riversa in acqua scorsi il resto, rapidamente la impugnai ed istintivamente ferrai, iniziando un non comodo duello con un rispettabile siluro: ad ogni tentativo di trovare una posizione adatta a fronteggiare il mio avversario, ero trafitto dalle schegge di carbonio che affioravano dal punto di rottura, le quali m’impedivano di appoggiare la canna sulla gamba per forzarlo, ma alla fine malgrado tutto il pesce era vinto tra le risate scherzose d’Andrea.185 cm Ebro

Tornai sul lettino un po’ pensieroso: come spiegare a Claude, che gli avevo spezzato in due una canna nuova?

Del resto che colpa ne avevo io se quella canna si era spezzata prima della rottura di uno spezzone di nylon da 0,40 mm?….ma sì, era sicuramente difettosa!….e mi riaddormentai tranquillo e con la coscienza a posto.

Ai primi bagliori dell’alba, aprimmo gli occhi, e vista la movimentata nottata, decidemmo che meritavamo un buon caffè da Bar, e non la brodaglia che faceva la nostra moka; per far questo dovevamo togliere le canne dalla pesca, per non incappare in una mangiata in nostra assenza.

La canna sulla sinistra fu la prima ad essere sganciata, infatti, con un deciso strappone, spezzai la breck-line, che teneva la montatura fissa sulla boa lontano da riva, nel mentre Andrea faceva la stessa cosa con la canna a fianco.

Stavamo per levare anche le altre due, quando la canna posta sulla boa di destra, si piegò bruscamente in avanti, lanciando via la campanella nella fase di ritorno, e siccome era giorno, i nostri sguardi corsero verso la boa sotto attacco (capita di rado di poter vedere in diretta una mangiata di tale impeto): la boa ad ogni brusca tirata, s’immergeva come fosse un normale galleggiante…l’unica differenza è che ha una portata di galleggiamento di oltre 20 kg!214 cm Ebro

Il singolare spettacolo durò ben poco, al terzo impetuoso affondamento la piccola lenza di congiunzione si spezzò, riportando la canna in posizione verticale sul picchetto; ferrai e poi mi voltai verso Andrea sentenziando: "Ci siamo, prendi la barca, questa volta è uno di quei siluri che rendono leggendarie le acque spagnole".

Andrea accese il motore della barca, e con una precisa manovra me la mise davanti ai piedi, in modo che potessi salirci sopra con facilità; in pochi secondi il mulinello si era svuotato di molti metri di dineema, e pur provando a frenare con il dito la bobina, non riuscivo a rallentare la sua feroce fuga.

Una volta salito sulla barca e raggiunto il pesce al largo in acque profonde, lontano dagli ostacoli che potevano esserci d’intralcio nelle fasi di duello, era ora d’iniziare a forzare con la canna ed il mulinello, per sfiancare la resistenza del nostro grosso amico.

Passai la canna ad Andrea dicendo: "Tieni, sei per la prima volta ospite del rio Ebro, per questo il primo siluro over 60 kg, deve essere vinto da te".214 cm rio Ebro

Il pesce però, di essere battuto, non ci pensava proprio, infatti, era gia passata una mezzora e l’unica cosa che avevamo visto di lui, erano le bolle d’aria della sua forzata decompressione, nel tentativo, ben riuscito, di restare incollato al fondo.

Tanta fatica fu ricompensata, infatti, un siluro di 214 cm rappresentava di certo una cattura di tutto rispetto, soprattutto considerando il fatto, che era la prima notte di pesca, e che il posto era di nostra nuova conoscenza.

A parte la felicità per la gratificante cattura, eravamo contenti perché avevamo ottenuto, in una sola notte, un’importante dato: il settore di destra dello spot costituiva zona di caccia per i siluri di questa tratto del fiume!

L’unica differenza tra i due settori, che a prima vista perfettamente uguali (canneti ed alberi semi-sommersi), era la profondità: a sinistra avevamo un fondo medio di tre metri, mentre a destra avevamo un fondo medio di un metro e mezzo; un’altra chiara conferma, che i siluri prediligono cacciare in acque basse, dove le possibilità di fuga delle prede sono limitate, riducendo così al minimo gli inseguimenti, e limitandosi ad agguati fulminei ed a colpo sicuro.

Grazie a queste preziose informazioni, calibrammo la nostra tecnica, e non ci fu difficile, nelle due notti successive passate sull’Ebro, a mettere a segno altre due catture over due metri: marcando "sul nostro personale taccuino" 215 e 220 cm.

La mattina del quarto giorno, Claude ci raggiunse al campo, liberato dagli impegni di lavoro, e rimase stupito del nostro ottimo risultato, perciò si complimentò con noi dicendo: "Bravi, vedo che l’esperienza acquisita in Italia, nel difficile Po, vi ha aiutato nell’insidiare con successo queste acque".

A quel punto il suo viso fu pervaso da un enorme sorriso e con tono scherzoso disse: "Vediamo se vi riesce di fare la stessa cosa, spostandovi a pescare nelle più impervie acque del rio Segre, che scorrono più a monte"!

Raccogliemmo con giusta fierezza il giocoso guanto di sfida, ed invitammo Claude a seguirci per essere testimone di questa tenzone, ma questa è un’altra bella storia…………………………………

 

Saranno riusciti i nostri eroi a vincere la sfida?

Se siete interessati a scoprirlo veramente, non vi resta che trasferire la vostra lettura alla pagina "Rio Segre da Paura!".


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